Attualità

L’antica arte della concia delle pelli a Vibonati

Cinzia Sapienza

25 Marzo 2016

Tanti i bei mestieri di una volta che oggi non esistono più. Eccone uno

Vibonati ha visto fiorire in passato notevoli e numerose attività di artigianato, o mestieri che oggi non esistono più o tendono ad estinguersi, come quello del calzolaio, ad esempio: tra questi parliamo di quello del conciapelli. Le cosiddette “concerie” erano tante in Vibonati, e tre o quattro concerie vi erano anche a Villammare, quasi tutte site tra Via San Marco e l’attuale sede della farmacia. Per la redditizia attività dei conciapelli, Vibonati, in passato, si è distinta addirittura con l’appellativo di “piccola America”, per un lungo periodo di tempo. Le pelli venivano importate dall’estero e in particolare dal Kenya e dall’Olanda, per poi essere sottoposte a un lungo e complesso processo di lavorazione. Le lunghe fasi della preparazione delle pelli alla vendita partivano dalla “calatura”: le pelli venivano calate, appunto, in ammollo nell’acqua per diversi giorni per togliere buona parte delle presenti impurità, a seguito dei quali venivano collocate nelle “calcinaie” (caucinare), che erano grosse buche in muratura scavate nel sottosuolo e ripiene di acqua e calce, dalla quale prendevano il tipico nome. Qui, infatti, le pelli restavano per ben otto giorni affinché la calce ne sgrassasse la parte ricoperta di peli, dopodiché poteva avvenire la “pelatura” o “depilazione”, e dopo seguiva il ritorno delle pelli nelle calcinaie. Successivamente vi era la fase della cosiddetta “scarnatura”, ovvero dell’eliminazione delle parti di grasso rimaste attaccate alla pelle, a cui seguiva un nuovo lavaggio in acqua, generalmente nel torrente “Fontana”, che scorre a est di Vibonati. Poi, si effettuava un bagno delle pelli nel tannino per quaranta giorni: le si immergevano in grosse vasche di tannino e le persone addette al servizio si chiamavano “minatori”. Questa fase serviva principalmente a dare un certo colore verdognolo alla pelle, conferito, in particolare, con diverse metodologie. A Vibonati, per questo passaggio, si usava la “murtidda” (foglie di mirto), oppure si usavano le foglie di lentisco; il primo cresce spontaneo ancora oggi in località “timpitieddu” e zone limitrofe, mentre il secondo vegeta in Villammare nei pressi di località Santa Maria Le Piane. Una volta archiviata la colorazione, avveniva l’essiccaggio con ulteriore pulizia della pelle dalle foglioline di tannino, infine la levigatura e l’essiccazione definitiva. Come già accennato, in Vibonati le concerie erano tante, e fra le più importanti ricordiamo quelle site in Corso Umberto I, in Via Appennino (località Culari), e in Via Roma. Appartenenti al lodevole armamentario di oggettistica tradizionale, gli arnesi che servivano alla lavorazione delle pelli erano: un grosso coltello curvo con due manici (curtieddu), un piccolo attrezzo chiamato “fucile” che serviva per affilare il coltello, un “uscio” per levigare la pelle, e una “grasta”, la quale era una parte di tegola che dava una “grattata” alla pelle in una delle fasi terminali della lavorazione. Quanto ai residui dei trattamenti, essi venivano chiamati “carniccia”. L’attività dei conciapelli cominciò a scomparire intorno agli anni Sessanta.

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