Medicina

Un organismo senza anima…Che ha messo al buio l’anima

Covid: quali sono gli effetti che si sono già prodotti sull’interazione e sui legami sociali?

Manuela Fagone

25 Marzo 2021

L’emergenza Covid-19 ha comportato una rivoluzione nella nostra quotidianità: dal lavoro alla scuola, alla vita in generale.
Quali sono gli effetti che si sono già prodotti sull’interazione e sui legami sociali? Quali possibili disturbi si possono sviluppare nel medio-lungo termine in seguito a questi ripetuti lockdown o, più in generale, all’attuale condizione di instabilità economica e sociale?

Negli ultimi decenni l’avvento delle tecnologie digitali e della possibilità di comunicare a distanza ha cambiato il nostro concetto di socialità, soprattutto nelle nuove generazioni. È indubbio che l’evoluzione tecnologica ha ridotto le occasioni di stare insieme e relazionarsi con l’altro o le ha modificate completamente.

Ne è un esempio la sindrome Hikikomori, una patologia diffusa solo negli ultimi anni, che descrive un particolare fenomeno psichiatrico che si manifesta attraverso ritiro sociale, auto-esclusione dal mondo esterno, isolamento e rifiuto totale per ogni forma di relazione, se non quella virtuale.

Tuttavia, per quanto le tecnologie abbiano modificato il concetto di socialità, questo bisogno è ancora evidente: rimane ancora vivo e forte il desiderio di vedersi, di trovarsi, di comunicare. L’emergenza Covid-19 ha in questi mesi azzerato questa possibilità e ad aver sofferto di più questa condizione di perenne distanziamento e reclusione sono i giovani e gli anziani, le fasce estreme e più a rischio della nostra società.
A differenza degli adulti, che hanno una maggiore capacità di sopportazione, un’aspettativa di vita più lunga e una personalità definita ed autonoma, i giovani e gli anziani hanno un estremo bisogno di contatto fisico, di aggregazione, di trovarsi in mezzo agli altri.
La parola d’ordine di quest’emergenza è stata “isolamento”: le conseguenze di un prolungato distanziamento sono significativamente forti e devastanti. Il virus ci ha insegnato a guardare ogni persona con diffidenza, come possibile portatore di infezione e malattia e ha insidiato in tutti noi l’inganno, il sospetto, il timore in modo subdolo e profondo: ha introdotto nella nostra società l’idea che l’altro possa portare qualcosa di cattivo e dannoso, anche se involontariamente.

Ogni lockdown ci ha resi e continuerà a renderci più diffidenti: in questi mesi abbiamo imparato in modo disfunzionale ad isolarci, a stare in casa, in uno spazio che erroneamente crediamo l’unico sicuro e protetto. Guardiamo sempre più spesso le possibilità di contatto con gli altri con maggior timore e questo lascerà inevitabilmente un segno indelebile sull’intera comunità, e più nel dettaglio, sui rapporti sociali.
La solitudine, la paura che nulla torni più come prima, l’angoscia di perdere una sicurezza economica, il timore di vedere i nostri cari per un possibile rischio di contagio: è il dramma che ognuno di noi ha vissuto e continua a vivere a causa della pandemia e che ha creato una condizione di fatica, stress psicologico continuo, in cui è forte una destabilizzazione e un crollo delle certezze. 

Questa situazione di continua instabilità, derivata non solo dall’emergenza ma anche dalle comunicazioni dei mass media, continuamente discordanti e caotiche, ha cancellato tutti i punti di riferimento. Questa condizione non ha fatto altro che creare un consumo di energie psichiche molto ampio, che produce inevitabilmente degli stati d’ansia.

Là dove c’è un terreno più fertile, questi sintomi – inizialmente leggeri – possono strutturarsi in un vero e proprio disturbo cronico, che richiede un intervento precoce e mirato da parte di uno specialista. È essenziale, quindi, saper chiedere aiuto ed imparare a gestire con il giusto supporto psicologico queste esperienze traumatiche generate dall’emergenza sanitaria.
Oltre ad ansia, depressione e stress cronico, è stato evidenziato un altro rischio derivato dai mesi di isolamento forzato: i cosiddetti disturbi agorafobici. L’agorafobia è una patologia che comprende la paura paralizzante di stare negli spazi aperti o affollati, impedendo alla persona di compiere le più semplici e banali attività quotidiane. Esistono, inoltre, soggetti che possono sviluppare tratti agorafobici, in particolare in seguito ai lunghi mesi di lockdown, percependo così l’esterno come un luogo pericoloso e ad alto rischio.

In questo caso, è fondamentale intervenire rapidamente anche con un breve percorso di trattamento psicoterapico.
Tutti dunque, siamo stati colpiti e abbiamo subíto gli effetti della pandemia da COVID-19 che continua ad avere conseguenze drammatiche in generale.
E nonostante gli ultimi sviluppi sembrino rafforzare la speranza di un vaccino contro il COVID presto disponibile per tutti, in parte sperimentiamo ancora un senso di incertezza circa il nostro futuro, e frustrazione laddove l’aspetto economico abbia risentito pesantemente una eventuale perdita o riduzione del lavoro.

Questo può essere dovuto al fatto che ancora oggi non siamo del tutto certi di aver definitivamente sconfitto il nemico.
Occorre allora riflettere su cosa possiamo fare per gestire le difficoltà che sperimentiamo tutti i giorni. Provare un senso di smarrimento a seguito di un’esperienza così forte é assolutamente normale.
L’isolamento sociale, la reclusione, e l’incertezza generale comportano un peso per la nostra mente non facile da gestire. Preoccuparsene in maniera eccessiva non farà altro che aumentare il grado di malessere.  
É utile concentrarci su ciò che è in nostro potere fare per cercare di stare meglio. Prendersi cura della propria salute psicologica diventa prioritario. Ecco alcuni punti su cui è utile riflettere. 

  1. IMPARIAMO AD ACCOGLIERE LE NOSTRE EMOZIONI
    Il primo passo è quello di riconoscere quali sono le emozioni che proviamo, aprendoci alla possibilità di sperimentare anche emozioni poco piacevoli.
    Quante volte facciamo fatica a dirci che siamo arrabbiati o tristi per qualcosa?
    Una volta riconosciute, diciamoci che è del tutto normale provarle, in quanto appartenenti all’ampio spettro delle tipiche emozioni della natura umana.
  2. PONIAMOCI DEGLI OBIETTIVI Fare piccole cose ogni giorno può essere un buon modo per sperimentare un certo grado di controllo sulle nostre vite e sarà un’occasione per organizzare in modo pratico le nostre giornate. Soprattutto a inizio giornata, domandiamoci quali siano le nostre priorità.
    Inutile pretendere di riuscire a fare tante cose tutte insieme, meglio porsi obiettivi:
    chiari;
    concreti; 
    realistici, ovvero plausibilmente raggiungibili.
    Porsi obiettivi del tutto irrealistici ci esporrà al rischio di fallire e di conseguenza stare male e sperimentare un senso di fallimento.
    Utile anche tenere traccia dei progressi raggiunti. Questo ci aiuterà ad andare avanti nei momenti di difficoltà.
    Meglio guardare a ciò che siamo riusciti a fare, domandandoci come migliorare ancora, piuttosto che colpevolizzarsi per gli obiettivi mancati.
  3. FACCIAMO COSE CHE CI FANNO STARE BENE
    Un altro modo per stare meglio è dedicare del tempo ad attività che ci fanno stare bene, come per esempio:
    fare sport;
    leggere un libro;
    cucinare;
    dipingere.
    Potrà sembrare banale, ma la nostra mente ha bisogno di immergersi in attività piacevoli, per staccarsi dalla realtà complicata che ci circonda e recuperare le energie necessarie per affrontarla.
    Non pensiate che dedicare tempo a prendervi cura di voi stessi sia una mera forma di egoismo o di perdita di tempo che distoglie dai propri doveri.
    Piuttosto, si tratta un modo efficace per recuperare le energie che ci servono per essere ancora più capaci a rispondere alle sfide di tutti i giorni. 
  4. IMPARIAMO A CHIEDERE AIUTO
    Possiamo dire: “Non puoi fermare le onde ma puoi imparare a cavalcarle”.  
    Non sempre è facile riuscire a trovare il modo per cavalcare le onde.
    Per farlo, occorre saper adattarsi in modo flessibile alle condizioni di vita a cui siamo esposti.
    Un segnale importante di buon spirito di adattamento è la capacità di riconoscere quando siamo in grado di farcela da soli e quando invece abbiamo bisogno di aiuto.

Rosso, arancione scuro, giallo, tutti i colori che fanno parte della nostra Italia e che toccano la nostra società influenzando la nostra quotidianità, stanno allo stesso tempo creando buio attorno a tutto il disagio che in alcuni casi già esisteva da prima. Per fronteggiare questa realtà ed evitare che si spenga completamente qualcosa dentro, il mezzo virtuale o l’ascolto telefonico che spesso é proposto, risulta essere un’alternativa fattibile e alla portata di tutti. In una società disattenta, ansiogena e limitante, parlare é il primo passo verso la risoluzione di qualsiasi problema e sta a tutti prendere consapevolezza che l’attenzione verso se stessi é fondamentale. Mai come in questo momento storico quindi, é opportuno sfruttare il mezzo tecnologico come ponte o collante con una realtà che da qualche prospettiva, tende la mano, quindi é utile prestare attenzione ai vari inviti che provengono dagli specialisti del settore e da tutto il contesto socio assistenziale che si mostra accogliente ed empatico, come é giusto che sia, a prestare sostegno e aiuto. Non é mai giusto rinunciare a prendersi cura della propria salute psicologica e il mezzo di interazione, anche se virtuale, esiste e funziona, quindi é bene coglierlo. Visita la pagina Dott.ssa Manuela Fagone

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