Cilento

Pagine di storia: i moti cilentani del 1828

I moti del 1828 rappresentano una violenta pagina di repressione del regime borbonico

Rossella Serra

9 Novembre 2019

Lo scorso 3 Novembre, a Cardile, durante la Festa della castagna si è tenuta la rievocazione storica dei moti cilentani del 1828 a cura della Compagnia teatrale ‘’Artisti Cilentani Associati’’. Il programma dell’evento è stato curato dall’ Associazione ‘’’Martiri Riccio’’ con sede a Cardile. Il legame tra la località cilentana e i moti ottocenteschi è forte.

Tra le tante vittime della repressione borbonica vi sono infatti i tre fratelli Riccio di Cardile che, dalla loro casa in montagna, vedendo giungere i gendarmi che stavano accerchiando il paese, si dettero alla fuga. Il primo di loro riuscì a scappare verso la zona interna, il secondo fu ucciso e il terzo ferito. La madre, pur di non vedere il figlio fucilato in piazza, il giorno prima gli fece avere una fiala di veleno con cui egli si tolse la vita. Ma il suo cadavere fu ugualmente fucilato, sorretto da pali conficcati nella schiena.

Il territorio del Cilento, con la sua natura montuosa e le vie impervie, oggi come un tempo, si ben prestava ad essere base di un atto rivoluzionario. Bellicosi e determinati, con un forte spirito identitario, i popoli cilentani hanno fatto della loro peculiarità topografica lo specchio del loro temperamento. I moti del 1828 rappresentano una violenta pagina di repressione del regime borbonico con conseguente ordine di condanna a morte dei principali responsabili. L’insurrezione fu organizzata dalla Setta dei Filadelfi, nata in Francia alla fine del XVIII sec. ed estesasi poi nel Mezzogiorno d’Italia all’epoca dell’occupazione militare francese. Il nome corrisponde a uno dei riti della Massoneria francese della seconda metà del Settecento; dopo il 1797 acquista, però, un indirizzo politico repubblicano e antinapoleonico formando delle squadriglie in Italia a partire dal 1816 in alcuni centri di Bari e della Puglia e successivamente nei centri di Napoli, Avellino, Salerno e nel Cilento. A Napoli sotto la sorveglianza della polizia vi era il canonico Antonio Maria De Luca, di Celle di Bulgheria. Punto di riferimento per tutti gli affiliati e anima della rivolta del Cilento, a lui facevano capo alcuni settari, tra i quali di particolare rilevanza è il Gallotti, giá organizzatore, insieme al canonico De Luca, di precedenti insurrezioni sebbene senza seguito.

L’insurrezione cilentana ebbe origine da Montano Antilia la notte del 27 Giugno del 1828 in una località di montagna dove i rivoltosi si riunirono contrassegnati da una coccarda bianca. Montano Antilia e Laurito, Camerota, Pisciotta, Torre Orsaia, Celle di Bulgheria ed altri ancora, con un contingente di 700 uomini avrebbero dovuto assalire il forte di Palinuro, nel cui forte speravano di trovare armi e munizioni, e riversarsi a Vallo della Lucania per poi marciare, uniti alle legioni di Avellino e Benevento, su Napoli, capitale del Regno. Il 28 mattina la fortezza fu occupata, ma in essa furono rinvenuti solo pochi fucili. Dopo l’assalto a Palinuro, i rivoltosi diffusero un proclama con cui incitavano il popolo alle armi, finché il sovrano non avesse ridotto il prezzo del sale, accordato uno sgravio della fondiaria e ripristinato la Costituzione del 1820 nel Regno delle Due Sicilie in opposizione al regime assolutistico. In realtà, più che nelle masse, i settari trovarono il loro punto di forza nei banditi Capezzoli; il 29 i rivoltosi raggiunsero Licusati e il 30 San Giovanni a Piro. Nello stesso giorno arrivarono a Bosco, ove furono ben accolti dalla popolazione locale. La rivolta ebbe però vita breve, a seguito di una soffiata fu infatti sedata dall’esercito borbonico. La repressione, operata dal maresciallo Francesco Saverio Del Carretto, fu molto feroce ed ebbe vasta risonanza anche all’estero. Del Carretto raggiunse il Cilento meridionale con le truppe che erano sbarcate in parte a Paestum, in parte a Policastro, e il resto in direzione di Sala, accerchiando di fatto gli insorti. Il maresciallo ordinó di radere al suolo e bruciare il Comune di Bosco, reo di aver accolto con benevolenza i rivoltosi. Bosco fu anche soggiorno di José Garcia Ortega, amico e allievo di Pablo Picasso, durante il suo peregrinare per l’Europa. Nel piccolo borgo cilentano Ortega ritrovò molto di quello che era stato costretto ad abbandonare in Spagna, proprio perché la piccola frazione durante i moti cilentani fu protagonista di una violenta repressione antiborbonica.

Uno dei doni più belli che “El pintor de la mancha’’ ha lasciato al suo popolo adottivo è proprio un murales che racconta di questa tragica pagina di storia, raffigurante i soldati borbonici in marcia verso la repressione della libertà. Repressione che toccó anche le donne che a Montano Antilia aspettavano gli insorti cucendo le coccarde bianche, simbolo dei rivoltosi. La partecipazione delle donne a tale rivolta,scrive lo studioso ed editore Giuseppe Galzerano, può essere considerata una forma di “femminismo ante litteram”.

Istituito un tribunale militare, la maggior parte degli insorti e dei loro padri cospiratori furono arrestati e condannati a morte, le loro teste staccate dal cadavere ed esposte in gabbie di ferro sopra colonne innalzate di fronte alle vie e alle piazze dove abitavano i parenti degli uccisi come «monumenti di giustizia». Il giornalista francese Charles Didier in un saggio sui moti del Cilento scrive che «Vallo della Lucania ha parecchi di questi terrificanti trofei. Ve ne sono in tutti i paesi e persino sul poetico promontorio di Palinuro. Ho visto la testa di un vecchio i cui capelli bianchi macchiati di sangue sventolavano dall’alto del palo su cui era piantata davanti alla sua abitazione». Soltanto nel 1860, con l’arrivo di Garibaldi, questi monumenti all’orrore saranno abbattuti. Tra i motivi del fallimento della rivolta, sicuramente la cattiva organizzazione e la fuga di numerosi insorti al momento dell’azione, anche tra i capi rivoltosi, spesso nutriti di invidie e gelosie. Inoltre, come fa notare Galzerano nel suo libro, la rivolta fallì soprattutto perché vide la partecipazione soprattutto di borghesi, ostili ai i plebei che, disinformati e nemici dei loro proprietari sfruttatori, rimasero assenti.

La rivolta del 1828 resta comunque è un punto da cui non si può prescindere per capire le origini del Risorgimento al Sud e non solo, tanto che non a caso l’episodio è presente anche nel film di Martone ‘’Noi credevamo’’, nel quale si evidenziano le radici e le origini sovversive di quella terra e di quel popolo, offrendoci ulteriore dimostrazione di come sia stato lungo il percorso del Risorgimento nel Sud e di quanto esso abbia fortemente inciso nella conquista delle libertà costituzionali.

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