Attualità

Consenso “anomalo” alla Lega: lettera aperta ai cittadini del Vallo di Diano

Roberto De Luca, a capo del Codacons del Vallo di Diano, esprime perplessità

Redazione Infocilento

29 Luglio 2019

Riceviamo e pubblichiamo, di seguito, la lettera aperta di Roberto De Luca, presidente del Codacons Vallo di Diano, ai cittadini del comprensorio. Il rappresentante dell’associazione consumatori fa delle considerazioni sul largo consenso “anomalo” ad una compagine politica “con un passato antimeridionalista”.

Ecco il testo della missiva:

Dopo un primo sbigottito silenzio e dopo il perdurare di una situazione di stallo politico e sociale dovuta a un’unione mal fatta e mal gestita, in questa lettera si vogliono analizzare le ragioni di un consenso anomalo, così come espresso nell’ultima tornata elettorale del 26 maggio dai cittadini del Vallo di Diano.

Partiamo da un dato di fatto: nel Comune di Sala Consilina, paese capofila del Vallo di Diano dove si sono tenute concomitanti elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale, la compagine di Alberto da Giussano risulta essere il primo partito. Infatti, per questa forza politica si sono contati ben 2.319 voti (31,41%). Il primo partito alle elezioni politiche, che tuttavia riesce nella difficile prova di non presentare una sua propria lista alle comunali, è secondo con 1.558 voti (21,11%). Al partito di Arcore vengono attributi 1.190 voti (16.12%), mentre al PD, cui facevano riferimento le due liste maggiori alle comunali, vanno solo 1.021 voti (13,83%). Questi dati sono da tener ben presenti, perché adesso dovremo contare i voti attribuiti alle tre liste in campo nelle elezioni comunali. Nelle due compagini maggiori che, nominalmente, facevano capo al PD, si conta la maggior parte dei consensi: 3.697 alla prima; 3.293 alla seconda. Circa settemila voti, in totale, concessi a queste due liste. La lista, nella quale troviamo almeno un militante del partito di Alberto da Giussano e che s’ispira alle formazioni di centro-destra, racimola solo un decimo del consenso nominale aggregrato delle due liste del PD: 705 voti.

Qualcuno dirà che le due elezioni vivono su piani diversi. Bisognerebbe precisare che esse sono percepite, dagli accattoni del voto, come due momenti elettorali diversi: il primo trova la sua espressione più autentica nell’interesse spicciolo (e forse non più nemmeno tale in periodi di crisi); il secondo nel disinteresse totale da parte dei sedicenti politici locali. In questo modo, si è dovuto attendere un inascoltato appello di Giulio Pica, che chiedeva che si parlasse anche di Europa e di elezioni europee in campagna elettorale, perché si interrompesse il silenzio che era calato sul tema. Naturalmente, l’intellighenzia locale ha fatto risplendere il firmamento del suo proprio disinteresse per i temi politici indicati da Giulio Pica anche nella serata conclusiva della campagna elettorale. E così arriviamo alla giornata del voto e all’ampio consenso attribuito a un partito dal passato anti-meridionalista, senza che da nessuna parte si levasse un grido di profondo dissenso: come si possono vincere le elezioni comunali con tanti voti che arrivano da queste forze politiche? Eh, sì! Perché, nonostante il capitano del partito di Alberto da Giussano avesse consigliato, in un simpatico video fatto circolare su rete, di attribuire il voto a una rappresentante locale della sua compagine, candidata nella lista che consegue solo 705 consensi, la restante parte dei voti, attribuiti al primo partito alle elezioni europee, si dissemina tra le altre due liste locali. Per non parlare dei voti che vanno, in totale, alle forze di centro-destra (circa il 60%). Ed ecco che, mentre si assiste a una forte retrocessione, sul piano più squisitamente politico, delle forze di centro-sinistra, pur ben rappresentate in Consiglio comunale, non si trova il tempo per riflettere sulla gravità di quanto è successo, lasciando che siano i cittadini comuni a lamentare l’assenza di dibattito pubblico su questi temi di interesse generale. Accorti responsabili regionali di partito avrebbero immediatamente fatto sentire la propria voce. Invece, quiete totale dopo le elezioni del 26 maggio. Così come la quiete era stata imposta prima delle elezioni, forse per non disturbare eccessivamente gli elettori che avevano deciso, in modo del tutto innaturale, di affidare il proprio voto a una forza politica dal passato anti-meridionalista.

Proprio a fronte di questa grave disattenzione, una classe intellettuale, che si voglia definire tale, non può tacere, perché il voto attribuito, con le percentuali che abbiamo visto, al partito di Alberto da Giussano è invero un affronto alla Storia e allo stesso Sud.

Un affronto alla Storia, perché così scriveva un noto meridionalista, Gaetano Salvemini, negli successivi all’unità d’Italia: “La spedizione garibaldina fu per la maggior parte dei benpensanti settentrionali un atto di conquista vera e propria. Il Napoletano e la Sicilia non avevano debiti, quando entrarono a far parte dell’Italia una; e la unità del bilancio nazionale ebbe gl’effetti di obbligare i meridionali a pagare gl’interessi dei debiti fatti dai settentrionali prima dell’unità e fatti quasi tutti per scopi che per l’unità nulla avevano a che fare.” Nonostante questo doloroso, e forse necessario, incipit della storia della nostra Nazione, alla questione meridionale non è stata mai data una definitiva soluzione. Aggiungeva Salvemini: “C’è nell’Italia meridionale un punto d’appoggio, su cui si possa far leva per sollevare il mondo sociale? O, in altre parole, c’è nell’Italia meridionale un partito riformista? E se non c’è, è possibile che sorga? e quali sono le persone che lo comporranno?”. Il punto d’appoggio l’avrà forse trovato, dopo anni dall’unità d’Italia, proprio il partito di Alberto da Giussano in questa classe dirigente apatica, attenta solo all’affaruccio di quartiere?

Altro che partito riformista! Qui il vero motore delle cose sono gli interessi di bottega. Gli stessi interessi che stanno spianando la strada all’avvento di un governo nazionale di centro-destra, presto che quest’unione mal fatta e mal gestita avrà fine. E così l’ennesimo affronto al nostro Sud sarà compiuto. Infatti, alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 i segnali erano stati chiari: al Sud si concentrava una speranza di riscatto fondata sul rinnovamento della classe politica; la disfatta del centro-sinistra veniva mitigata dalle roccaforti del Centro-Nord; l’avanzata del centro-destra cominciava proprio dall’estremo Nord. Possibile che nessuno abbia letto in chiaro questo dato territoriale? Esistevano, a livello nazionale, gli strumenti culturali idonei per comprendere il dato politico?

Con l’avvento di un governo di centro-destra assisteremo a una recrudescenza degli episodi di intolleranza razziale, all’abbandono della questione ambientale a favore degli interessi di chi con l’ambiente fa affari, a una riedizione del leit motiv “con la mafia si deve convivere”, a una nuova stagione di attacco ai diritti dei lavoratori, a una politica energetica fondata sulla remunerativa importazione di fonti fossili dai paesi produttori, a un distratto (se non ostile) sguardo verso il mondo della cultura e della scienza, all’aggravarsi della questione meridionale. Gli impostori politici, tuttavia, sono già dietro l’angolo a far credere che tutto ciò non avverrà. E sono in mezzo a noi, imbaldanziti dai successi del partito di Alberto da Giussano. Starà a noi trovare nuove forme di aggregazione per chiedere, innanzitutto, la progressiva rimozione di una classe dirigente che ha portato gli elettori a convergere, ormai da anni, verso compagini che non lavorano per l’emancipazione delle nostre terre ma, al contrario, portano con loro la pesante eredità del disprezzo per il nostro Sud. Questo passaggio sarà fondamentale per poter inaugurare una nuova stagione, in cui tutte le forze progressiste, antifasciste e antirazziste potranno trovare una casa comune per dar vita a un progetto di rilancio del Mezzogiorno, confidando nelle straordinarie potenzialità, ancora inespresse, di queste terre.

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